Entro in quella galleria d'arte contemporanea a Milano per l'inaugurazione di un amico di Elisa, calice di prosecco in mano, e il tizio accanto a me — cravatta di seta, voce impostata — mi chiede cosa ne penso della «tensione dialettica tra spazio e fruizione». Gli rispondo che il bianco mi sa di aceto e lui mi guarda come se avessi scoreggiato in ascensore. Torno al bancone, verso lo spritz al tizio della solita, e mi sento finalmente a posto.